Diventare fundraiser: come nasce una storia

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Quando mi chiedono che lavoro faccio, per trenta secondi nella mia testa si susseguono almeno 100 sinonimi di fundraising.

Fino a due anni fa era un termine come un altro, a cui non avevo mai prestato attenzione: soltanto informandomi ho scoperto che io, “lavoratrice nel sociale”, di raccolta fondi mi ero sempre interessata: organizzando cene per un’associazione di volontariato, comprando prodotti solidali o donando 2 euro con un sms.

Il fundraising ce lo avevo già dentro, solo che non lo sapevo. Diventare fundraiser, però, come per ogni libera professione, richiede anni di formazione e di pratica in cui l’improvvisazione trova poco spazio. Chi, come me, è arrivato alla raccolta fondi di recente è più probabile che abbia con sé uno zainetto, piuttosto che un vero bagaglio di esperienze. La professionalità tuttavia paga, ed è l’unico biglietto da visita che consente di rispondere “Sono un fundraiser”.

La passione sembra essere la leva iniziale che muove i promessi fundraiser: è forse “la sfida per eccellenza”, dice Ilaria, una delle ex studentesse del Master in Fundraising di Forlì che ho intervistato.

I successi non sono solo nostri, ma costituiscono dei passi in avanti verso un mondo più equo, avanzato ed equilibrato. Un mondo migliore, insomma, dove dare forma alle proprie idee ambiziose, generando un impatto significativo nella vita delle persone e sensibilizzando l’opinione pubblica su problematiche di interesse comune.

Per capire da dove si parte quando inizia una storia, quella con il fundraising, sono andata a chiederlo ai miei ex colleghi di Master. Volevo sapere cosa li aveva spinti a credere in una professione come quella del fundraiser, di sicuro in crescita, ma per tanti aspetti difficile. Soprattutto volevo farmi raccontare che cos’era cambiato nelle loro vite a un anno di distanza.

Ventiquattro persone con storie diverse: chi è approdato al fundraising per caso, sfogliando una rivista o leggendo un annuncio di lavoro, chi per indole, avendo sempre militato tra associazioni, parrocchie, scout e banchetti.

E’ emerso, infatti, che il 70% dei neo fundraiser aveva già avuto una precedente esperienza, anche solo come volontario.

Se il 30% di loro era incuriosito da questa professionalità crescente nel panorama del Terzo Settore, altrettanti desideravano intraprendere una professione diversa da quella già in svolgimento.

Per Samanta, ad esempio, era “l’unica professione che le avrebbe consentito di aiutare gli altri concretamente e nello stesso tempo mettere in campo le sue competenze”. Per Francesca, invece, la motivazione principale è stata di tipo morale: ha lasciato una carriera da avvocato per “trovare un lavoro dove l’etica personale non dovesse scendere a compromessi insostenibili con la coscienza”.

Il 37% degli studenti lavorava già per un’organizzazione non profit, ma pochi svolgevano mansioni legate alla raccolta fondi: per loro ha inciso la necessità di rendere più sostenibili i propri progetti o accrescere le competenze professionali.

D’altra parte, per il 100% degli aspiranti fundraiser una formazione completa era un passaggio fondamentale: per Fazio, che come il 45% di loro lavorava nel settore profit, si è trattato di “un investimento in se stessi, perché il fundraising è una materia complessa e sfaccettata, un insieme di professioni diverse”. Una base teorica è quindi indispensabile per potersi definire professionisti. “Vorreste essere operati da un signore con una grande passione per la medicina,” scherza Mattia ”ma che non si è mai formato specificatamente nel campo medico?”

A un anno di distanza, le storie di questi fundraiser sembrano promettenti. Il 38% lavora nella stessa ONP in cui ha svolto lo stage o in cui lavorava prima del Master, mentre il 29% lavora in un’altra organizzazione non profit. Solo il 17% lavora nel profit e non si occupa ancora di fundraising, ma alcuni fanno volontariato e si formano nell’attesa della loro occasione.

Più o meno è così che si parte quando si diventa fundraiser: spesso a piccoli passi, con contratti precari e poco pagati, ma si dà comunque un 8 alla propria vita.

Non si sceglie solo la notorietà dell’organizzazione (26% degli intervistati), ma anche l’identificazione con la Mission (30%) e la possibilità di conciliare il fundraising con la vita personale (48%), perché spesso si fanno altri lavori per sbarcare il lunario, o non ci si può spostare in città dove l’offerta è maggiore.

“Sono una fundraiser in erba,“ dice Mary “ma conosco il mio punto di arrivo. E se questo significherà compiere ancora mille sacrifici, cambiare due città all’anno, fare due lavori contemporaneamente, bene, io sono pronta. (..) Mi auguro di non perdere mai l’entusiasmo, e lo auguro a tutte le persone che si occupano di fundraising”.

Sarà anche grazie al nostro impegno se nei prossimi anni la percezione verso il non profit cambierà: “sarebbe bello organizzare nelle città incontri aperti a tutti per lasciare spazio ai dubbi, alle ombre, ai pregiudizi sulla raccolta fondi” dice Silvia. “Per aumentare la propensione e la fiducia delle persone, così come il bacino reale dei donatori a cui chiedere, bisogna raccontare cos’è il fundraising, cosa permette di fare e come sarebbe la società se di colpo sparissero tutti i donatori e tutte le associazioni. Il mondo sarebbe più brutto”.

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