Tutti in classe: facciamo il punto sul fundraising per la scuola – parte 1

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A settembre iniziato, con il ricordo di ombrelloni e mojito in riva al mare, la maggior parte dei fundraiser è tornato al suo tavolo di lavoro. Tra pianificazione da completare e strategie da mettere a punto discutiamo di uno dei temi caldi di questa fine estate: i cambiamenti che si prospettano con lo School Bonus, inserito nel Decreto Buona Scuola presentato dal Governo.

Abbiamo provato a fare il punto della situazione con Massimo Coen Cagli, uno dei principali consulenti e formatori di fundraising in Italia ed esperto di raccolta fondi per la scuola pubblica.

In Italia prevale l’idea che la scuola pubblica, in quanto patrimonio dello Stato, non necessiti di fondi privati. Il fundraising potrebbe aumentare il divario ideologico che esiste tra la scuola pubblica e quella privata?

Massimo Coen Cagli Essendo orami da tempo decretata la morte delle ideologie, io parlerei non di ideologia, ma di una idea di bene comune, in cui elementi ed istituzioni del welfare sono oggetto di una attenzione di tutta la società sia attraverso le sue istituzioni pubbliche, e le relative economie, sia attraverso istituzioni sociali e le relative economie (economia sociale, civile di comunità, ecc.) di cui il fundraising rappresenta lo strumento principale. Per cui no, il fundraising non aumenterà il divario ideologico ma invece contribuirà ad affermare una nuova idea di welfare e di bene comune, fatto di partecipazione democratica e appassionata alla sostenibilità del welfare. Chi mette soldi acquisterà un potere maggiore di concorrere alla governance delle istituzioni di welfare, a patto però che si intenda il fundraising non come il mondo per vendere ai privati pezzi del pubblico in dismissione, ma come mezzo attraverso il quale la comunità si riappropria dei beni comuni.

Il problema infatti non è che i cittadini si troveranno a tirare fuori più soldi per la scuola pubblica: già lo fanno da anni con il contributo volontario (spesso usato come contributo obbligatorio!), con l’aumento delle tasse e con il fatto che devono provvedere con spese supplementari alla frequenza dei figli alla scuola. Il problema vero è che con le tasse e questi contributi io ora tiro fuori altri soldi senza ricevere in cambio neanche un pezzettino di potere di controllo e di gestione. Se invece queste risorse aggiuntive le rendo disponibili attraverso il fundraising (con le sue regole), ho maggiore possibilità di partecipare al governo della scuola. Ecco perché il fundraising per la scuola pubblica fa paura a tante figure professionali e a tanti politici, perché il fundraising, checché se ne dica, è uno strumento per i donatori per acquisire un pezzo di potere economico e di controllo sulla cosa pubblica.

La recente approvazione del cosiddetto “school bonus” può dare slancio alla raccolta fondi in questo settore?

M.C.C.: Assolutamente sì. Anche se il provvedimento è pieno di errori e paradossi (come il 5 per mille che così studiato non potrà che danneggiare le scuole di quartieri più periferici e disagiati), avrà la funzione storica di abbattere tutti i tabù circa il tema del finanziamento delle scuole. Se si avrà il coraggio, strada facendo, di correggerlo e migliorarlo sarà per me uno strumento di grande importanza. Se invece, come sta succedendo un po’ per l’art bonus, si pensa che basti fare un provvedimento o un decreto affinché la realtà cambi per conto suo, allora faremmo l’ennesimo errore di bruciare un potenziale reale progresso con una falsa partenza.scuola

Fundraising per la scuola: è visto da genitori e corpo docenti come un problema che non li riguarda o è un argomento che inizia ad essere compreso?

M.C.C.: La Scuola di Roma Fund-raising.it sta  conducendo alcune indagini nelle scuole pubbliche per capire al di là del dibattito ideologico se e come si fa fundraising e quale è il punto di vista dei differenti attori.  Devo dire che da queste ricerche emerge che l’ambiente scolastico
è già molto pronto per il fundraising:  lo fa da tanto tempo, magari in modo poco professionale e sporadico, ma nessuno si sta strappando i capelli pensando che sia una vergogna.

Il problema non è se “sia lecito o meno fare fundraising” : il problema sentito nelle scuole da docenti, genitori dirigenti è quello delle “condizioni per cui vale la pena farlo”. E tali condizioni riguardano: la capacità e l’intenzione di investire su professionalità, il ruolo dei genitori e della comunità nel processo di governo e gestione delle scuole, l’apertura delle scuole al territorio quale presidio del welfare e non solo in quanto erogatore di servizi scolastici, il rapporto con il mondo del lavoro e quindi delle aziende, la scelta dei macro-obiettivi sui quali investire in termini di fundraising (ossia: fundraising per la carta igienica che manca, oppure per rendere le scuole realmente 2.0?), ecc. Insomma, direbbe il fundraiser: il problema sta più nella mission e nella strategia della Scuola che nel mercato. Il mercato al contrario è veramente molto ingente: basti pensare che il 60% delle famiglie da anni tira fuori senza fiatare i soldi per il contributo volontario e risponde quasi sempre in modo entusiastico a raccolte fondi emergenziali lanciate dalla scuola o da comitati di genitori. D’altro canto la causa sociale della istruzione dei giovani è forse la causa sociale più sentita in questo momento.

In futuro, saranno le associazioni di genitori a svolgere in maniera più professionale la raccolta fondi, oppure saranno sempre più i consulenti esterni ad occuparsene, anche nel settore pubblico?

M.C.C.: Servono entrambi: i consulenti, o meglio formatori e facilitatori servono a garantire che il personale scolastico abbia la professionalità e la strategia giusta per fare fundraising in modo efficiente ed efficace; i genitori servono perché il vero attore della raccolta fondi, quello più credibile, è la comunità. Solo loro possono metterci il giusto e necessario entusiasmo. Il cittadino comune, l’azienda o la fondazione che già pagano le tasse per la scuola sono più propensi a dare i soldi ad un soggetto che non coincida completamente con i gestori della scuola. E’ una questione innanzitutto di fiducia, ma è anche una questione di capitale relazionale, di cui possono essere portatori principali le famiglie. Anche in questo caso però bisogna difendersi dalle logiche meramente normative e giuridiche che vanno a determinare a priori come debbano essere fatti e come debbano funzionare i comitati di genitori. Bisogna accogliere la spontanea voglia della comunità di occuparsi della scuola e favorire questo entusiasmo, senza tarpare le ali a questo volontariato civico con regole, regolette, i se i ma…

Quali sono le prospettive lavorative per i fundraiser che si affacciano per la prima volta a questo settore?

M.C.C.: Nell’immediato ne vedo poche perché vi è una certa difficoltà da parte delle istituzioni scolastiche ad investire, sia per ristrettezze di bilancio sia soprattutto per un difetto culturale che vede gli investimenti come un costo. Molto dipende da quanto i dirigenti scolastici riescono ad interpretare la cultura imprenditiva nella logica della riforma voluta da Renzi. Direi che i fundraiser dovranno avere molta pazienza: non pensare che nell’immediato avranno assunzioni o contratti di consulenza. Forse sarebbe meglio mettersi insieme e offrire pacchetti di servizi “light” a più scuole, che vadano dalla formazione all’accompagnamento. Credo che  sia questa la strada da percorrere per far crescere una cultura del fundraising nelle scuole, che in una seconda fase produca opportunità di lavoro più strutturate. Tutto ciò dovrebbe essere favorito e agevolato proprio dal governo e dal Ministero della Pubblica Istruzione, altrimenti la riforma rischia di non avere le risorse giuste per attuarsi. Da questo punto di vista non ho percepito segnali positivi, purtroppo.

Massimo Coen Cagli è uno dei principali consulenti e formatori di fundraising in Italia. E’ fondatore e direttore scientifico della Scuola di Roma Fund-raising.it. Autore di saggi e manuali sul fundraising e docente in corsi universitari e post universitari. E’ co-autore del testo Il fundraising per la scuola 2.0 (Spaggiari Editore, 2014).

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