Palestina, face to face a Betlemme?

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Lo ammetto, sperimentare il face to face in Palestina è stato quasi surreale!
A dire il vero ho vissuto in Israele, per tre mesi. Ma ho incontrato i donatori (potenziali) soprattutto a Betlemme.
In questa Terra che nel pensiero collettivo forse evoca conflitti politici e religiosi, prima che l’aggettivo di Santa, ho imparato, più di ogni altra cosa, il rispetto profondo per chi è diverso da me. In questa Terra che al mondo ricorda l’intolleranza reciproca di due popoli. Solo uno dei tanti paradossi.

Le parole ‘raccolta fondi’ e ‘Palestina’ su google rimandano esclusivamente a  emergenze che noi tutti conosciamo. È vero, il contesto di guerra e di tensioni politiche rappresenta l’origine del bisogno palestinese, ma collegare quei tre nomi solo a questo è fuorviante. Anche troppo facile e pigro. Per dirne una: l’inaccessibile sensazione di essere al centro della Terra la si può percepire, e in qualche strana maniera comprendere, stando lì. E non si può spiegare.  Vivere quei territori significa innamorarsene.
Secondo me, la forza di un fundraising di successo in questi luoghi ha origine proprio nell’amore che verso di essi si prova. Ciò non equivale a escludere il desiderio di aiutare popolazioni fragili. Tutt’altro, lo fortifica. Nel fundraiser e nel donatore.

In particolare, io ho lavorato per Associazione pro Terra Sancta (Ats), braccio laico della Custodia di Terra Santa,  che sostiene le comunità cristiane in Medio Oriente e preserva i luoghi santi. Naturalmente il target principale è rappresentato da fedeli, ma non solo.
A Gerusalemme a Betlemme e in tutta la Terra Santa, ogni giorno i pellegrini in visita sono tantissimi. Riuscire a intercettarne lo 0,1% è complicato. Le difficoltà principali sono la fretta che caratterizza i loro percorsi e le relazioni con le guide, spesso frati della Custodia.

bimbi palestinesi
bimbi palestinesi

In concomitanza della riorganizzazione dell’organico, Ats ha deciso di testare qualcosa mai fatto prima: il Face to Face a Betlemme. Soprattutto perché, dopo anni di supporto all’enorme lavoro dei frati, era finalmente strutturato il Sostegno a Distanza. E, lo sanno bene i fundraiser, il SAD è IL ‘prodotto’ ideale per un bravo dialogatore.
Ottenere il permesso per posizionare il banchetto nel cortile della Chiesa di Santa Caterina (proprio a fianco alla Basilica della Natività) non è stato facile.
È indiscutibile che il territorio e l’attenzione a equilibri relazionali siano fondamentali per un fundraiser. Ma se generalmente pesa un 70% sulla riuscita di una raccolta fondi, in Palestina forse sfiora il 90%. Mi riferisco soprattutto alla mia esperienza e dunque alla Mission per la quale ho lavorato. Sono però quasi certa che anche per le altre ONP sia fondamentale essere molto attenti a cosa si domanda e a chi.

Rispetto al Face to Face, a Betlemme era tutto da sperimentare e non c’erano dialogatori esperti. Solo un team di affezionati volontari, più o meno professionali, ma con acuto desiderio di raggiungere l’obiettivo e migliorarsi giorno dopo giorno.
Il banchetto era piccolo, ma ordinato ed efficace. Il periodo dell’anno in teoria molto buono: la settimana prime del 25 dicembre.
Il luogo era strategico, perché in quel cortile i gruppi di pellegrini passano prima o dopo la visita alla Basilica della Natività. Qui, nella maggior parte dei casi, la guida locale si ferma cinque minuti buoni a raccontare la storia della Chiesa di Santa Caterina (quella dove si celebra la messa di Natale il 24 sera, per intenderci, mentre nella Basilica vige lo status quo). Ha funzionato molto bene chiedere direttamente alla guida di darci spazio per raccontare la nostra Associazione.
Essendo un’area test i nostri obiettivi erano molteplici. In un mondo ideale avremmo voluto concludere le settimane di sperimentazione con una strategia per ogni prodotto. Nella realtà il primo ostacolo è stato il deciso calo di pellegrini provocato dal conflitto estivo. Ci siamo scontrati quindi con una mera questione di probabilità, con punte – in alcuni giorni – di calma assoluta.  In secondo luogo, se in generale i numeri di persone da contattare erano pochi, gli italiani erano ancora meno e purtroppo il SAD era all’epoca strutturato solo per l’attivazione del sepa in Italia.

Abbiamo dovuto misurarci anche con i nostri numeri: eravamo non più di tre persone al banchetto. Ognuna delle quali non aveva, da subito, il proprio dialogo perfetto. Ci siamo messi in gioco e poco a poco abbiamo migliorato il nostro approccio e la nostra professionalità.  Fino a tararci su una media di 35 anagrafiche raccolte ogni giorno. Non è il fine ultimo del puro Face to Face, But Not Bad!

Personalmente ho puntato, molto sullo spirito di collaborazione, sull’osservarci  – e ascoltarci – a vicenda. L’obiettivo per noi era di gruppo. E spesso abbiamo sperimentato un vincente dialogo a due.

Quindi in meno di un mese abbiamo ideato organizzato e dato vita al Face to Face a Betlemme e, che io sappia, non era mai stato fatto prima, per lo meno non con quelle modalità e quegli obiettivi. Ancora perfettibile, certo, ma da qualche parte bisognava iniziare.

E in Italia? Potrebbe replicarsi un Face to Face in luoghi con lo stesso potenziale? Penso all’anno straordinario del giubileo proclamato da Papa Francesco per il 2015. La raccolta fondi vicino luoghi di rilevanza religiosa (S. Pietro, San Marco, Assisi e ancora in occasione dell’esposizione della Sacra Sindone a Torino) potrebbe funzionare?

2 risposte

  1. Leggerti è bello come ascoltarti! Grande Samy …

  2. Maria rosaria

    Grandeeee! Continua così.

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