Fundraising e Sea Watch: quando donare è un atto politico

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Storie di foto, di persone e di scelte

Ci sono due foto che in questi giorni stanno facendo il giro dei nostri canali social. Foto che nessuno di noi può dire di non aver visto, volente o nolente. La prima, è la traiettoria della nave Sea Watch 3 guidata dal Capitano Carola Rakete al largo di Lampedusa: uno zig zag continuo che racconta tutta l’impotenza di 42 migranti. Quarantadue donne, uomini e bambini che, recuperati dalla nave della ONG, si sono visti negare l’approdo al primo porto sicuro – l’Italia. Questa foto la troverete qui in basso.

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La seconda foto, invece, non la troverete su RaccontaFondi. Ritrae un giovane padre avvolto con una fascia nera alla figlioletta – entrambi morti affogati nel fiume in un disperato tentativo di attraversare la frontiera messicana. Non troverete qui quella foto perché non ho la forza di cercarla, di commentarla, di fermare ancora una volta il pensiero su quell’immagine così vivida, così lontana eppure così vicina.

Quel simpaticone di Stalin amava ripetere che “la morte di un uomo è una tragedia, la morte di un milione di persone è statistica“. O qualcosa del genere, si sa che questo genere di aforismi lasciano il tempo che trovano.

Il punto è che Baffone aveva ragione.

Nel vedere quella foto, quella del papà con la figlia, la prima cosa che ho fatto è stata piangere. Una reazione naturale, immediata, inarrestabile. Avrei potuto essere in ufficio, al bar, in coda alle poste: quella foto gridava l’ingiustizia del mondo, l’estrema assurdità della parole “confine”, “visto”, “illegale”. Gridava la mia impotenza nel restare a guardare, l’assurdità di vedere – subito dopo – la foto di un gattino o di una spiaggia e dimenticarmi  di quanto ora mi stava facendo singhiozzare.

Anche l’altra foto, quella di Sea Watch, gridava le stesse cose, ma non essendoci un volto, una storia, il mio cervello è riuscita in qualche modo ad arginarla, a farmi sopravvivere nella quotidianità. Poi è successo qualcosa.

E’ successo che il Capitano Rakete ha forzato il blocco ed è entrata con la Sea Watch 3 in acque italiane assumendosi il rischio del carcere, del sequestro della nave e di una multa considerevole. In quel momento, leggendo la notizia, è scattato un click nella mia testa. Mi sono detta: “Stavolta posso fare qualcosa di più che condividere un post indignata”.

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Sono andata sul sito di Produzioni dal Basso e ho fatto una donazione a SeaWatch per sostenere le spese legali che quasi sicuramente dovranno affrontare una volta sbarcati. Una piccola donazione, ma fatta con esultanza e orgoglio. Mi è sembrato un atto di testimonianza, la possibilità di dire: “Non sono d’accordo, voi non mi rappresentate, voglio gridarvelo in faccia che fate schifo e che tutto questo è inumano”.

La cosa bella è che quello che ho fatto io, lo hanno fatto centinaia di altre persone, con un effetto valanga ancora più sorprendente. Infatti, mentre io mi sono limitata a donare e condividere online, il signor Franco Matteotti (influencer? vip? macché, potrebbe essere il vostro vicino di casa) aveva già creato una raccolta fondi su Facebook, prima ancora del forzo del blocco.

L’obiettivo era ambizioso, 100.000€, ma evidentemente non siamo solo io e Franco a percepire che questa storia è ormai diventata di un’ingiustizia intollerabile. Mentre il Ministro dell’Interno sbraitava insulti sessisti contro il Capitano della Sea Watch 3, e altri politici dimostravano la loro ignoranza o la loro palese disumanità ( che spesso vanno a braccetto insieme), il passaparola si diffondeva online, e la cifra donata è salita ancora, e ancora. Quando poi la Sea Watch3 è entrata in acque italiane le donazioni sono aumentate, passando da 8.000€ a 30.000€ e sfiorando in pochissimo tempo- ora che scrivo – il tetto dei 260.000€.

Senza un Pinault che versasse milioni, senza la copertura dei media, almeno non sul momento. La spiegazione di tutto questo può essere ben riassunta con le parole di Arianna Ciccone:

Alcuni cittadini vivono tutto questo con un senso profondo di impotenza e frustrazione. La raccolta fondi diventa l’occasione per fare qualcosa, anche piccola, ma almeno c’è una via d’uscita anche solo psicologica da questa cappa soffocante fatta di mancanza di rappresentanza politica e sopruso e abuso di potere intriso di manifesta disumanità. Non solo donano invitano anche la loro rete di contatti a fare altrettanto (oltre 36mila persone* hanno fino ad ora ricevuto l’invito a donare).

*ora sono più di 120.000.

Chiedere è la cosa più importante

Come già altri colleghi, anche io sono rimasta molto colpita dalle parole di Valerio Melandri in occasione del Festival del Fundraising: “Le campagne di raccolte fondi falliscono non per mancanza di donatori, ma di Fundraiser.”

Questa frase, però, è diventata chiara e lampante solo in questi giorni. Forse per la prima volta da quando mi occupo di fundraising ho capito davvero l’importanza del nostro lavoro, l’enorme possibilità (e responsabilità) di chiedere, di diffondere la cultura del dono.

il signor Franco Matteotti è un fundraiser? No, perché dietro l’apertura della sua raccolta fondi non c’è una strategia precisa, una pianificazione, una vision a lungo termine. Strumenti che invece fanno parte della nostra cassetta degli attrezzi, e che non si limitano a contare i gettoni in cassa: in questo caso, anzi, il grande successo dell’iniziativa non è più solo legato al risultato economico, ma al significato stesso della donazione, per diventare un vero e proprio atto politico, una presa di posizione dal basso che – ci auguriamo – possa far aprire gli occhi ai nostri rappresentanti politici.

sea-watch-3Fare una donazione può cambiare una vita, lo diciamo sempre. Eppure, non ci rendiamo conto davvero di cosa questa frase significhi finché non incappiamo noi per primi in questa opportunità. Non mi stancherò mai di dirlo, ma in un momento in cui le ONG vengono attaccate con una violenza inaudita, io ho scelto di rinnovare la mia fiducia negli enti non profit proprio per questo: perché posso delegare ad altri, grazie alla mia donazione, le azioni e le scelte che davvero mi rappresentano nel profondo. 

Io non posso guidare una nave, salvare migranti, occuparmi del riscaldamento globale, dei minori maltrattati, delle donne vittime di violenza: ma con il mio sostegno posso fare in modo che alcune organizzazioni portino avanti i miei valori agendo su larga scala, con possibilità che io, individualmente, non avrei mai avuto.

Per questo continuo a credere nel terzo settore, e nel fundraising: perché chiedere non è un atto vessatorio, ma un atto profondo di libertà – quella libertà che mi fa dormire la notte sapendo che qualcuno sta combattendo le mie stesse lotte, e lo sta facendo anche grazie ai miei 20€.

Buon lavoro, fundraiser.

 

Piccola postilla per fundraiser

Ieri con il Gruppo Territoriale Piemonte di Assif abbiamo avuto un bell’incontro con i colleghi di iRaiser. Il mio cervello non ragiona per compartimenti stagni e quindi, grazie anche agli stimoli ricevuti dalle loro case history, mi viene spontaneo fare alcune riflessioni più tecniche:

 

  • Non sappiamo quando arriverà l’emergenza, ma dobbiamo essere pronti ad affrontarla. Dal punto di vista della raccolta fondi questo vuol dire che nel 2019 ogni ente non profit dovrebbe avere un sito internet responsive, con form di pagamento agevoli e intuitivi, che permettano donazioni non più solo con PayPal ma anche con altri strumenti.

 

  • Avere una pagina Facebook è un impegno, ma senza una pagina Facebook che avesse già attivato la possibilità di raccogliere fondi, il signor Franco non avrebbe potuto aprire la sua raccolta fondi per Sea Watch. Pensateci.

 

  • Schieratevi. In questi tempi liquidi dovete essere chiari con chi vi sostiene. Rischierete di perdere qualcuno per strada, ma chi rimane sarà con voi perché condivide le vostre posizioni. Abbiamo bisogno di qualcuno che rappresenti i nostri valori, vedete di essere lì quando serve!

 

Una risposta

  1. […] Nell’ultimo post invitavo gli enti a schierarsi, a gridare a voce alta i propri valori. […]

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