Donazioni e passaparola: gioie e dolori

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passaparolaPassaparola: partiamo dai dolori

Qualche giorno fa, camminando per le vie del centro, sono stata fermata da una dialogatrice.

Questo evento è abbastanza eccezionale in sé, perché da qualche anno le vie di Torino sono così sature di queste figure che ho messo a punto una serie di stratagemmi (tra cui fingere di essere impegnata in lunghe conversazioni telefoniche con me stessa) proprio per sfuggire all’ennesima richiesta di RID.

 

[Tra l’altro, un giorno scriverò un post su quanto detesti questo modo di raccogliere fondi, e vi racconterò anche perché – nonostante l’indubbio successo di questa pratica – il face-to-face mi lasci in generale un senso di tristezza.]

 

Tornando a noi, come dicevo, quella volta non ho dimostrato la consueta prontezza di spirito e mi sono trovata davanti la dialogatrice dell’associazione X, determinata a fare il suo lavoro. Con la sua bella pettorina, la ragazza ha iniziato a spiegarmi l’importanza di sostenere i progetti della ONP, elencandomi tutti i paesi in cui opera e tutte le vite che, grazie alla mia donazione, avremmo potuto salvare. In questi casi, di solito, glisso con nonchalance: “Grazie, il progetto è interessante, ma preferisco documentarmi sull’associazione”.

Il problema è che quell’ente io lo conoscevo. Avevo visto come lavorava a Katsika – il campo profughi in cui ho operato come volontaria quest’estate – e non mi erano piaciuti.

Non avevo apprezzato l’incapacità di ascoltare i rifugiati e i loro bisogni, né la presenza arrogante del loro fotografo in giro per il campo. Sopratutto, avevo visto con i miei occhi il mancato coordinamento con le altre ONG, la creazione di strutture inagibili, costruite con criteri assurdi, fuori tempo e con materiale scadente. Per la prima volta, ho detto chiaramente alla dialogatrice che non avrei mai dato i miei soldi all’associazione X, perché avevo visto di persona come lavorava e non avevo alcuna fiducia sul loro operato futuro. Ovviamente non ho modo di sapere come la ONP si comporti altrove – magari si occupa di progetti bellissimi e lo fa bene! – ma il ricordo dei giorni di Katsika ha prevalso su una fiducia ipotetica.

Inoltre, mentre salutavo la dialogatrice, mi sono accorta di aver più volte raccontato ai miei amici del disappunto provato in Grecia, parlando del cattivo operato dell’associazione X a Katsika: l’ho fatto di persona, tra un aperitivo e l’altro, e l’ho fatto scrivendo sui social in più di un’occasione.

Ora, credete che di fronte ad un mailing o ad un altro dialogatore i miei amici reagiranno senza ricordarsi delle mie parole? Io dico di no.

E non perché io “lavoro nel campo”, ma perché aver visto con i propri occhi come lavora una ONP ha un peso ed un valore notevole agli occhi di chi non ha altri parametri per giudicare! Chi è più affidabile, la lettera prestampata, il ragazzo che recita a memoria una serie di dati, o il mio amico/a che è stato lì e mi ha raccontato la sua esperienza? Giusto o sbagliato che sia, il passaparola è un fenomeno di cui tener conto, e che può far più danni (di immagine, ma anche in termini di donazioni) di quanto possiamo immaginare.

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Passaparola: ci sono anche le gioie

La madre di un caro amico, piuttosto benestante, nel corso della sua vita aveva fatto donazioni a diversi enti non profit. Al di là dell’importo delle singole donazioni, quello che è interessante (dal mio punto di vista) è che la signora si è trovata inserita in un numero di data base impressionante, al punto che ancora oggi sulla scrivania del mio amico continuano ad arrivare mailing da questa o quella ONP.

Non essendo del settore, e pensando in qualche modo che la mia conoscenza del mondo delle associazioni possa avere un qualche valore, queste lettere arrivano spesso sulla mia scrivania, e a volte trovo un messaggio del tipo “Questa mi ha molto colpito, pensi che possa valere la pena fare qualcosa?” Di solito mi diverto a mettere in guardia il mio amico da alcuni mailing particolarmente occhieggianti, ad esempio quelli pieni di gadget o quelli con immagini volutamente raccapriccianti. L’altro giorno però, mi è arrivata una lettera da parte della FondazioneY.

Un mailing bellissimo, sicuramente indirizzato ad un target di cui si conosce la potenzialità, ma ben scritto, diretto, efficace. Stranamente, l’ho letto fino in fondo.

Conoscevo alcuni dei loro fundraiser, ed ero positivamente prevenuta. Mi sono ricordata di un’amica che era stata a Milano da loro, come volontaria, e le ho scritto per avere conferma: “Sì, lavorano molto bene, io non abito più a Milano ma a distanza di anni do ancora a loro il mio 5×1000 e li sostengo quando posso”. Questa volta l’appello non è caduto invano, e la donazione del mio amico è arrivata puntuale.

Questo per dirti che ci sarà sempre un amico, un parente, un conoscente, che avrà toccato con mano la realtà di un ente non profit e – a ragione o torto – si sarà fatto la sua idea. E le idee, come le parole, viaggiano e si diffondono.

Per questo insisto: cura le relazioni, cura i progetti, cura i volontari, cura la trasparenza. Sperimenta ciò che la gente dice sul conto della tua ONP, tastane la fiducia, le aspettative, la diffidenza. Il passaparola sul vostro operato sarebbe positivo? O negativo?

Anche questo è fundraising!

 

ps: le associazioni X e Y sono realtà concrete, ma ho preferito non farne i nomi perché questo è un blog di riflessione, e a nulla sarebbe servito indicare gli enti nel dettaglio. 

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