Fundraiser e volontaria: storia di un progetto a 360°

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Il fundraiser è quello che raccoglie i soldi, certo. E’ quello che costruisce le relazioni con i donatori, potenziali o fidelizzati. E’ colui che conosce ogni aspetto (o quasi) della ONP per cui lavora, perché deve essere in grado di presentarla al meglio a seconda delle varie situazioni. Tuttavia, non sempre il fundraiser ha un legame così stretto con l’associazione al punto da entrare nella stanza dei bottoni del Consiglio d’Amministrazione o di andare come volontario sul campo a toccare con mano i progetti per cui chiede i fondi. Questa estate ho avuto la fortuna di vivere questa esperienza, e la condivido con voi perché credo che possa essere un utile spunto di riflessione per tutti.

 

Fase I: la scelta del progetto

Ho incontrato Silvia e Stefania a marzo: tornavano come volontarie dal campo di Katsika, in Grecia, dove avevano aiutato ad allestire un campo profughi che ospitava, all’epoca, quasi mille persone, e versava in uno stato di emergenza fortissimo. Con più di 400 bambini, e la necessità di assolvere alle necessità fondamentali, Katsika era gestito dai militari greci, con l’aiuto di alcune piccole ONG – Olvidados e Lighthouse Relief fra tutte. Leggendo su Facebook i racconti di Silvia e Stefania, ho iniziato a interessarmi alla loro causa, e ho subito coinvolto anche la piccola associazione di cui sono presidente, LetWomen. Ogni anno, infatti, l’associazione decide di concentrarsi su un progetto in particolare, che si affianca alle nostre attività istituzionali: Katsika ci è sembrato il progetto giusto, e insieme a Sara, una terza ragazza che come me si era interessata alla causa, abbiamo composto una sorta di comitato organizzativo, dando vita alla campagna “Aiutiamo Katsika“. Era il 20 aprile.

Perché te ne parlo: perché il motore delle nostre azioni è sempre la passione!

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Fase II: fabbisogno, piramidi e altre amenità

 

Siamo partite dalla domanda fondamentale: quanti fondi servivano, e per farne cosa? Quanti eravamo in grado di raccoglierne, tenendo presente la nostra rete?

Abbiamo unito i principi del fundraising a quella che era la nostra esperienza quotidiana, e abbiamo impostato un obiettivo di 5000 euro per due mesi di campagna attiva. Sono pochi, direte voi, ma non dimenticate che parliamo di un’associazione piccolissima!

Abbiamo continuato analizzando la nostra rete di contatti (penna e rubrica del telefono alla mano!), aprendo un blog informativo sulle condizioni di vita a Katsika grazie alle foto e ai racconti che ci arrivavano dal campo, e stilando un elenco di possibili eventi e attività da fare nei due mesi di campagna. Tra cene, aperitivi, aste e proiezioni cinematografiche, non è mancato quasi nulla all’appello, potendo contare sulla professionalità e l’appoggio di una favolosa rete di organizzatrici di eventi che, come Sara, avevano scelto di sostenere la campagna. Tutti i partner coinvolti hanno messo la loro professionalità a disposizione gratuitamente, e questo ci ha permesso di poter contare su un’alta qualità a costo quasi zero.

Perché te ne parlo: perché fundraising è 1.pianificare 2. pianificare 3. chiedere!

 

Fase III: raccogliere i fondi

Nonostante qualche perplessità iniziale abbiamo optato per il crowdfunding, scegliendo la piattaforma di Buonacausa come portale per presentare il progetto. Abbiamo lanciato la campagna il 17 maggio, sapendo che i primi donatori, contattati tra i parenti e gli amici più stretti, sarebbero stati già lì, pronti a fare le prime donazioni per dare il buon esempio.

Mentre la parte online andava a passo spedito, supportata dal sito e dal blog, abbiamo iniziato con i vari eventi – da quello informativo sulle condizioni dei rifugiati a quello ludico/gastronomico. Non penso di sbagliare dicendo che la vera forza di questi eventi sia stata la capacità del team di coinvolgere i target giusti, non tempestando le stesse persone ma differenziando in base agli interessi. Al termine di ogni evento abbiamo raccolto le anagrafiche, e successivamente facevamo partire una newsletter informativa sui prossimi eventi, ringraziando per la partecipazione e informando sull’andamento della campagna.

Perché te ne parlo: perché quello che fa la differenza non è COSA fai, ma CON CHI lo fai! 

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Fase IV: partire per Katsika

La campagna si è conclusa il 17 luglio, con 9170 euro raccolti, più altri 700 arrivati più tardi. Quasi il doppio del nostro obiettivo iniziale! Io e un altro volontario di LetWomen siamo partiti il 24 luglio, mentre Silvia e Stefania – coloro da cui tutto è partito – ci hanno raggiunto il 31. Arrivare a Katsika con i fondi raccolti è stato qualcosa di indescrivibile: in pochi minuti si è unita la gioia di dire “Eccoci, possiamo dare una mano” all’amarezza nel constatare che anche 9000 euro sarebbero stati troppo pochi per modificare radicalmente le cose. Ma ci siamo tirati su le maniche e abbiamo iniziato a collaborare con le ONG presenti e i volontari che si trovavano sul campo da più tempo.

Abbiamo poi incontrato le responsabili operative del campo per discutere con loro di come usare al meglio il denaro, e mentre i giorni passavano abbiamo avuto la possibilità di toccare dal vivo le condizioni dei rifugiati, ascoltare i loro bisogni, capire cosa si poteva fare. Intanto, l’attività del blog continuava, aggiornando i nostri donatori sulle varie attività di Katsika, raccontando le storie dei rifugiati e cercando di coinvolgerli il più possibile nell’esperienza che stavamo vivendo, dall’allestimento di uno spazio relax per le donne all’apertura della biblioteca, dalle cerimonie di commemorazione alla disinfestazione delle tende.

Perché te ne parlo: perché ogni donatore vuole sapere dove sono finiti i suoi soldi…te lo ricordi vero?

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Fase V: tornare

Tornare a casa vuol dire fare i conti. Con noi stessi, cercando di dare un senso all’esperienza vissuta, ma anche con i donatori. Vuol dire inviare almeno una mail per raccontare come si sono spese le donazioni ricevute, e magari organizzare un evento collettivo in cui far vedere qualche foto, raccontare a voce qualche aneddoto, qualche storia, qualche impressione.

Vuol dire, infine, avviare quella fase di “coltivazione del donatore” che proprio ora, a campagna finita, diventa cruciale. Avremo bisogno del loro supporto anche in futuro, e dobbiamo iniziare a pensarci subito, quando i cuori sono ancora caldi, senza aspettare un altro anno. E’ il 13 di agosto e ammetto che questa fase ancora non l’ho affrontata, ma conto di farlo a brevissimo!

Perché te ne parlo: perché costa meno coltivare un donatore che trovarne uno nuovo! 

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